TAIYE SELASI, UN CAPOLAVORO (D’AUTRICE) A MASTERPIECE. A cura di Rita Guidi

Fosse un albero ne sarebbe la linfa. Delle stelle, la luce. Perché le parole pulsano di un battito primitivo e ancestrale, in questo “La bellezza delle cose fragili” (Einaudi, 328 pagg., 19 euro) di Taiye Selasi. Opera prima e romanzo rivelazione, in un certo senso, di una scrittrice già scelta – per un paio di racconti, altrettanti saggi – da Granta come miglior voce inglese (è nata a Londra anche se è cresciuta a Boston) under-40. E da noi, salita alla ribalta televisiva con Masterpiece.
Del resto, nessun dubbio davvero sulla forza calda del suo narrare. Sul situarsi di queste pagine tra la carne e il pensiero: fluire vitale di sangue più che di coscienza.
Forse perché è una storia che ha per radice l’Africa, ma forse – di più – perché racconta (uno sguardo alla volta) il respiro di una famiglia che, proprio come una cellula o un essere vivente primario e complesso, nasce, cresce, si divide e diventa: frutto non del tutto perduto sulla cenere di se stessa.
Protagonisti Kweku e Fola, che si incontrano e si amano in un’America che vogliono come luogo di un presente assoluto, il passato è alle spalle. Il titolo originale del resto, “Ghana must go”, era la frase stampata sulle borse dei rifugiati ghanesi fuggiti dalla Nigeria nell’’83. 
E quell’andare (via) i due ragazzi lo coniugano col desiderio di se stessi e di una (inizialmente) mai nostalgica lontananza: studiano, si sposano, lei rinuncia al (promettente) lavoro per crescere i quattro figli, e lui si dedica anima e corpo alla professione per la quale sembra essere nato: (prestigioso e straordinario) chirurgo.
Ma anche negli States, a volte, il futuro s’inceppa: di più se i capricci dei potenti non s’intonano con le mani ambrate di chi regge il bisturi. E da sempre l’ingiustizia spezza le strade anche agli innocenti: la ribellione di Kweku diventa prima vergogna e poi fuga. Alle spalle un sogno rubato e una famiglia smembrata come un corpo senza una mano. Da qui i destini, i rancori, le speranze, le necessità di una moglie diventata sola, e di quattro bambini diventati adulti, tracciano un romanzo che attraversa i luoghi e i tempi. Si piega sotto il peso di malvagità ed errori, si risolleva negli abbracci feriti, negli occhi di sempre. Scintille nate dallo stesso fuoco: “I pensieri che fa non sono quelli che pensava avrebbe fatto – scrive Selasi di Kweku nelle pagine straordinarie che ne raccontano, improvvisa, la fine – Che non ha mai avuto modo di salutare, che tutto finisce così in fretta, che quando Olu era andato a trovarlo avrebbe dovuto inseguirlo giù per le scale, che non avrebbe dovuto andarsene. Pensa che si era sbagliato. Quando pensava che tutte queste cose potessero essere dimenticate facilmente. L’errore non consisteva nel credere che lui potesse essere dimenticato (perché lo dimenticheranno, l’hanno già dimenticato. Ma nel ritenere insignificanti i dettagli. Quello che rimane alla fine della fiera. Un particolare c’è che vale la pena ricordare”.
Fola, casa, sorriso, capelli, mani. Dopo la fuga, dopo essere “liberi” – continua – c’era “sentirsi amati”. 
Una cosa così grande, dice, che quasi non riesce a comprenderla. Fragile, però. In un certo senso perduta. Eppure luce. Anche se di una stella ormai (buia), lontana.
Rita Guidi

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